Spaghetti all’amatriciana

PREPARAZIONE (Pour 4 personnes) :

In una padella mettiamo a rosolare il guanciale a tocchetti e il peperoncino con l’olio per pochi minuti.
Sfumiamo col vino e mettiamo da parte il guanciale in una terrina per evitare che si secchi troppo.
Nella stessa padella cuociamo i pomodori con un filo d’olio ed infine versiamo la salsa nella terrina con il guanciale,mescoliamo il tutto e uniamo la pasta cotta al dente in abbondante acqua salata.
Aggiungiamo abbondante pecorino grattugiato e amalgamiamo il tutto. Serviamo l’amatriciana calda con una spolverata di pecorino sopra.

Bon appetito !

Découvrez ici l’histoire des spaghetti all’amatriciana !

Ingredienti:

> 500 gr di spaghetti
> 125 gr di guanciale (joue de porc)
> cucchiaio di olio extravergine
> goccio di vino bianco secco
> 6 o 7 pomodori San Marzano oppure 400gr di pelati
> pezzetto di peperoncino
> 100 gr di pecorino grattugiato
> sale

Sapore e tradizione: spaghetti all’amatriciana

spaghetti all'amatriciana

L’Italia possiede una varietà gastronomica unica al mondo dovuta ad una miriade di culture diverse e quindi cucinevdiverse, ed è sufficiente spostarsi di qualche decina di chilometri per trovare realtà che variano in maniera sostanziale. Tutti sappiamo come qualche ingrediente e una semplice ricetta di cucina ci possano raccontare la storia e descrivere la geografia di un territorio.

Uno dei tanti esempi italiani di questo forte legame tra cucina e territorio regionale è sicuramente uno dei primi piatti di pasta conosciuto in tutto il mondo, gli “spaghetti alla amatriciana”, i cui ingredienti semplici venivano così descritti dai versi del poeta C. Baccari : “… e lì tra gli armenti, da magica mano, nascesti gioiosa nel modo più strano la pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale”.

Gli spaghetti all’amatriciana prendono il nome da Amatrice, piccolo paese laziale della provincia di Rieti che prima del 1927 faceva parte dell’attuale Abruzzo e che si trova all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, incastonato tra 4 regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria e
Marche. Prima dell’introduzione in Italia del pomodoro (dopo il 1700), il sugo degli spaghetti era
in bianco e costituito principalmente da soli due ingredienti di base: il guanciale (joue de porc) ed il formaggio pecorino, ed era chiamato “alla Gricia” (o Griscia).

Due ingredienti poveri che i pastori di Amatrice si portavano dietro durante il periodo della transumanza delle loro greggi nella campagna romana durante l’inverno, e che servivano sia per il loro nutrimento che per il commercio con Roma. E’ qui infatti che spesso si recavano per vendere i loro prodotti caseari e le loro carni ed è qui che si diffuse rapidamente come piatto “romano” ( a Roma ora si usano anche i bucatini al posto degli spaghetti ). Nel 1860 nasce a Roma il primo storico ristorante amatriciano: “Il Passetto”, così chiamato poiché attraverso di esso si poteva passare da Vicolo del Passetto a Piazza Navona.

Per arrivare ai giorni nostri, ricordiamo come nel 2004 questo piatto abbia ottenuto dalla Comunità Europea l’Indicazione Geografica Tipica e che la sagra degli spaghetti all’amatriciana
si svolge ogni anno ad Amatrice l’ultimo sabato e l’ultima domenica di Agosto. Come gli abitanti siano molto orgogliosi ce ne possiamo accorgere se arriviamo ad Amatrice in macchina
dove un cartello stradale del comune indica: “AMATRICE 955 m s.l.m città degli spaghetti all’amatriciana “.

Nel tempo la preparazione del piatto si è prestata a diverse varianti ma per chi volesse provare ecco la vera ricetta originale nel rispetto del sapore e della tradizione.

Vous trouverez la recette ici

Randonnée à l’abbaye de Saint-Wandrille

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C’est le 28 septembre dernier que nous nous retrouvons 29 participants, bien chaussés, couverts d’une petite laine, sur le parking de la mairie de Saint-Wandrille-Rançon, cette fois pour une randonnée de 9 km (moins difficile !), et qui clôture la saison
estivale du Circolo Italiano.

Après une heure de balade, en forêt du Trait-Maulévrier, nous avons RDV avec un majestueux vieillard de 120 ans (le hêtre de Caudebecquet) et surtout avec M. BERDOU, « Technicien de l’ONF », qui nous présente son métier : l’abattage et le repeuplement de la forêt, la transformation du bois, la disparition des scieries, la clairvoyance de Colbert, la vie et la régulation des chevreuils et sangliers. Notre curiosité n’est pas en reste et à l’unanimité nous remercions notre guide forestier pour son intervention très intéressante avant de repartir sur notre chemin bétonné. Après un passage à travers champs (sous le soleil mes amis !), nous pénétrons à nouveau en forêt, amorçons la descente vers le village niché au cœur de la vallée de Fontenelle, ruisseau qui se jette non loin de là dans la Seine, et, tel un joyau nous écouvrons l’abbaye sous un soleil radieux.

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Après une petite sieste, pour certains, nous rejoignons le Frère MAGNIER à l’Abbaye, Prêtre depuis 40 ans dans cette communauté de moines bénédictins, originaire du pays de Caux (« je suis venu à la fête du village, un lundi de Pâques, attiré par la sonnerie du clocher pour les vêpres ; la curiosité faisant le reste, je ne suis jamais reparti »).

Depuis, plusieurs campagnes de fouilles sont entreprises par intermittence et ce jusqu’à nos jours, pour permettre d’approfondir les connaissances sur l’histoire du monument et sur les modifications apportées au cours des siècles : le premier théâtre de type romain a été assez vite remplacé par une édifice de plus grande taille, de forme « théâtre-amphithéâtre » dont l’orchestra, de taille plus importante que dans un théâtre normal, pouvait également servir d’arène.

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La grille monumentale du XIXe s. étant fermée, nous accédons à l’Abbaye par une petite porte surmontée d’un pélican, symbole du Christ, franchissons l’élégant portail de Jarente (XVIIIe s .) qui laisse voir les pelouses de la cour d’honneur et les bâtiments du XIIe et XVIIe s., entrons dans le cloître (silence !), découvrons les ruines de l’ancienne abbatiale (7 églises furent construites dans cette enceinte) et enfin nous pénétrons dans la nouvelle abbatiale élevée par les religieux qui utilisèrent les pierres et les poutres d’une grange seigneuriale du XIIIe s. démontée dans l’Eure, remplacèrent les pièces en mauvais état, couvrirent de 120 000 tuiles la toiture portée par une superbe charpente (aucun clou : des chevilles de bois unissent poutres et poteaux). Dans cette belle église le premier office a été célébré fin 1969.

Avec bonne humeur et sens de l’humour, usant à plaisir d’expressions cauchoises qui font rire son public, notre hôte nous expose le travail monastique guidé par la règle de St-Benoît et l’enseignement de St-Wandrille.

La communauté essaie de pourvoir à la majeure partie de ses besoins par le travail des frères. L’activité économique repose aussi sur la boutique, l’édition d’ouvrages, livres anciens, enregistrements d’orgue et chants grégoriens, produits monastiques, microcopie, restauration d’œuvres d’art, bois ou cuivre.

A regret nous prenons congé de notre guide et de ce lieu d’une beauté intemporelle, d’une incroyable quiétude puis nous nous séparons, rassasiés, dans l’impatience de nouvelles randonnées …

 

Fave al prosciutto

Se cercate ricette di verdure ecco le fave con il prosciutto, un saporito piatto che utilizza le fave fresche, una verdura di stagione, ed il prosciutto cotto.
In questa ricetta le fave sono arricchite con un derivato della carne e quindi alla fine avete un bel secondo piatto ricco ed equilibrato, da servire accompagnato da fette di buon pane casereccio.
Se preferite potete usare questo saporito piatto per condire della pasta, magari integrale, da spolverare con abbondante parmigiano grattugiato.

PREPARAZIONE (Pour 4 personnes) :

1. Lavate le fave. Pelate le carote, lavatele e tagliatele a rondelle se sono grandi, a pezzetti se sono piccole. Tritate il prezzemolo assieme all’aglio.
2. Tagliate il prosciutto a cubetti.
3. Fate rosolare la cipolla tritata con il burro o l’olio. Poi gettate i cubetti di prosciutto, rosolateli un minuto e quindi unite le fave e le carote. Spolverate con il trito di aglio e prezzemolo. Mescolate per bene il tutto.
4. Aggiungete il dado da brodo e mezzo bicchiere di acqua. Fate cuocere a fuoco dolce per 30 minuti, a fine cottura aggiustate di sale.
5. Servite tiepido.

Bon appetit!

Ingredienti:

– 500 g. di fave fresche
(peso sgusciato)
– 300 g. di prosciutto cotto in una unica fetta (vi suggeriamo di cercare un fondo di prosciutto, venduto a prezzo molto inferiore e ottimo per questo tipo di preparazioni)
– 300 g. di carote
– 1 noce di burro o 2 cucchiai di olio d’oliva extra vergine
– 1 cipolla
– 1 spicchio di aglio
– un po’ di prezzemolo fresco
– 1 dado per brodo vegetale
– sale q.b.

Sugo di pomodoro

PREPARAZIONE:

Iniziamo la nostra ricetta sbucciando i pomodori e tagliandoli a pezzettoni; metteteli a cuocere in una pentola con i bordi larghi insieme alle foglie di basilico, un pizzico di sale e un paio di cucchiai di olio.
Tenete il sugo in cottura per una ventina di minuti circa o almeno finché non si saranno ben appassiti, ricordandovi di mescolare di tanto in tanto. Quando il sugo sarà pronto, passatelo nel mixer e tritate bene il tutto fino a formare un composto liscio ed omogeneo.
Versate nuovamente il composto nella pentola e aggiustate di sale e pepe. Il sugo è subito pronto per essere usato come condimento per la vostra pasta.

Bon appetit!

Ingredienti:

– 500 gr di pomodori San Marzano,
– 4 foglioline di basilico
– sale, pepe, olio

Tempo di preparazione:
30 minuti

Pesto trapanese

PREPARAZIONE (Pour 4 personnes) :

Ecraser ou mixer ensemble 4 gousses d’ail, un petit bouquet de basilique et 100 gr d’amandes pelées en y ajoutant 2 cuillères à soupe d’huile d’olive extravierge.

Verser l’appareil dans un « saladier » et mélanger, y ajouter également un peu de pecorino sicilien rapé e 500 gr de tomates rouge en petits morceaux (dés). Ajouter à votre goût sel, poivre et huile d’olive.

Pour servir avec les pâtes (des busiate de préférence…). Cuire les pâtes dans l’eau salée 12 min, égouter quand elles sont «al dente» e versées les directement dans le saladier mélanger le tout. Servir.

Bon appetit!

Ingredienti:

– 4 gousses d’ail
– bouquet de basilique
– 100 gr d’amandes
– Huile d’olive
– Pecorino sicilien
– 500 gr de tomates

Tempo di preparazione:
30 minuti

Randonnée à Lillebonne

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La ville normande de Lillebonne, située à proximité de l’embouchure de la Seine, a été construite sur les ruines de la ville romaine de « Juliobona ».

Le nom « Juliobona » viendrait de « bona » (fondation) et « Iulius » (Julien) c’est à dire une fondation de l’époque julio-claudienne, soit du début du Ier siècle de notre ère, au lendemain de la pacification de la Gaule. Les Calètes (ou Caleti, qui donnera son nom au « Pays de Caux ») choisissent d’implanter leur capitale à « Juliobona ». Les vestiges antiques retrouvés montrent l’importance et la prospérité de la ville pendant les trois premiers siècles de notre ère.

En particulier, le théâtre antique de Lillebonne, construit entre le Ier et le IIème siècle, témoigne de cette grandeur. Il s’agit de l’un des édifices antiques de spectacle les plus étendus et les mieux conservés du Nord de la France, il présente la particularité d’associer une arène et un bâtiment de scène. Des transformations furent apportées au milieu du IIème siècle et de nouveau à la fin du IIème ou au début du IIIème siècle.

2014_06_22_Rando_boucle_Lillebonne (4)Puis au IVème siècle, le théâtre a été abandonné, il semblerait qu’il soit devenu à partir du VIIème siècle, e de pierres, notamment pour la construction de l’abbaye de Saint Wandrille.
C’est en 1754 qu’il est découvert par le Comte de Caylus. Le département de la Seine-Maritime en fait l’acquisition en 1818 et il est classé parmi les Monuments historiques en 1840.

Depuis, plusieurs campagnes de fouilles sont entreprises par intermittence et ce jusqu’à nos jours, pour permettre d’approfondir les connaissances sur l’histoire du monument et sur les modifications apportées au cours des siècles : le premier théâtre de type romain a été assez vite remplacé par une édifice de plus grande taille, de forme « théâtre-amphithéâtre » dont l’orchestra, de taille plus importante que dans un théâtre normal, pouvait également servir d’arène.

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Aujourd’hui, l’édifice de spectacle de Lillebonne présente la composition suivante : une galerie périphérique, qui gère les accès et la distribution interne, l’hémicycle des gradins et une arène. Le monument s’adapte à la pente naturelle d’une colline, créant ainsi une orientation idéale pour la scène, de direction sud-nord. Le monument possède également un bâtiment de scène, situé sous la route départementale, qui n’a jamais été fouillé. Les fouilles actuelles contribueront à apporter une meilleure connaissance du site et de l’histoire de la Normandie.

Randonnée, Pique-nique et Visite du château de Gaillon

photo gaillon
8 H 45 RV au local pour un co-voiturage ou 10 h 00 devant l’église de Saint-Just, tels sont les horaires proposés pour le démarrage de la journée « randonnée ». Une première pour le Circolo.
Tous les randonneurs se sont rejoints devant l’église de Saint-Just, localité de l’Eure à 5 km de Vernon.
Personne ne s’est perdu, le programme de la journée pouvait commencer et c’est dans la bonne humeur que le groupe s’est préparé sous quelques gouttes de pluie qui n’a en rien entamé son enthousiasme, la randonnée concoctée par Michèle pouvait démarrer, RV étant pris pour se retrouver pour le pique-nique devant l’église, avant de se rendre à Gaillon à 15 h 00 pour la visite guidée du chateau, placée sous le signe de l’Italie grace à l’intervention d’un mécène amoureux de l’Italie qui entreprit en 1500-1509 la réalisation d’un palais qui allait devenir le premier chateau de la Renaissance en France : le Cardinal Georges d’Amboise, dont le tombeau se trouve dans la cathédrale de Rouen.

photo chateau
Cette journée était une première puisqu’elle était scindée en 3 parties laissant libre choix aux participants d’intégrer cette sortie. Quelques personnes nous ont retrouvés à Gaillon, les randonneurs ayant préféré le menu complet : randonnée, pique-nique, visite du chateau.

43 personnes ont été intéressées par cette invitation. Un grand merci aux fidèles de nos sorties, aussi bien au musée, qu’au cinéma et au théâtre, et aux nouveaux, adeptes de la randonnée. Votre participation est le meilleur des encouragements et votre désir de nous suivre le moteur de nos projets.

Fiori e note musicali

Febbraio, sinonimo di neve (almeno in molte regioni), sinonimo d’amore… san Valentino la fa da padrone, sinonimo di settimana del cinema qui al Circolo, sinonimo di canzone.

Una volta era Garibaldi. Un secolo e mezzo fa uni’ l’Italia da nord a sud. Oggi è Sanremo, e lo fa da una sessantina d’anni a questa parte.

Sanremo a sua volta sinonimo da mare, di fiori e del festival della canzone italiana.

Ecco. Per Sanremo ci passi per forza. Ci cresci.

Ci sono cresciuta io, che ho più di trent’anni, ma anche mia madre, persino mia nonna nella sua giovinezza. Per lei era Nilla Pizzi e i suoi mazzi di rose… per mia madre Toto Cutugno e il suo essere italiano… per noi sono i giovani che crescono con i nostri stessi sogni e il vederli li’ un po’ ci commuove, e di diverso in fondo non c’è niente.

Retrogrado, vecchio, commerciale, costruito. Certo che è vero.

Ma se sono qui a scrivere di questo è perchè alla fine il Festival di Sanremo è una delle poche cose che ancora ti fa ridere, sperare, sognare in qualche modo, e che con mio stupore mi sono ritrovata a guardare qui a Rouen quale unico programma italiano alla televisione.

Arriva alla RAI che fuori fa buio e per come lo ricordo io spesso fuori imperversano tormente di neve, il fuoco è acceso nel camino e ci si ritrova insieme agli amici in casa- forse una volta era la polenta, oggi sono le pizze a domicilio, accompagnate dal Ciobar (la cioccolata calda in polvere), che prepari sul pentolino. Si chiacchiera, un’occhiata all’orologio se è l’ora in cui arriva Benigni o Celentano, no, sono ancora le canzoni, e allora con la musica in sottofondo trasformi una semplice serata in qualcosa che ti resta impregnato nella memoria ed entra tuo malgrado a far parte del tuo DNA.

Lo sfotti. Roba da nonni. La lagna infinita… eppure in quella settimana (tanto è la sua durata per chi non lo sapesse), nei bar non si parla d’altro, qualcosa di diverso dal tempo e di questo almeno gli va dato atto, per le strade, in televisione. Giri di milioni di euro. Se paghi il canone puoi anche sperare di sederti in prima fila la serata finale. Pero’ quel fascino non lo glielo togli. Ti fa sentire italiano un po’ come la Nazionale. Non lo so cos’è… forse sono davvero i fiori…

Ma dal Piemonte alla Sicilia quella settimana si assomiglia davvero per tutti. Forse è perchè resta un punto di riferimento in questi tempi di sicuro non facili. Le canzoni sono un po’ la speranza che non perdi.

Sa di quando eri bambino. Di quella magia che hai addosso quando sei ancora puro. E hai la certezza che quando tornerai ad esserlo, puro, con i capelli bianchi e ti faranno male le ossa, la RAI o chi per lei, trasmetterà ancora il centocinquantesimo Festival della Canzone italiana.

Una mattina qualunque in un qualunque bar di provincia

Lui si sveglia alle cinque.

Magari non abita lontano, forse qualche centinaio di metri, ma quando io alle sei e un quarto sono già li’, in piedi davanti al bancone, lui il caffé me l’ha già messo davanti ; bello corposo, profumato, con due bustine di zucchero di canna appoggiate sul piattino. Sono mesi che ogni mattina alla stessa ora, inizio il mio rituale e lui conosce ormai le mie abitudini. Io riesco ad aprire gli occhi solo dopo aver svuotato la tazzina ; mi rendo conto che la mia giornata inizia.

Lui , il barista , mi guarda e sorride, la braccia appoggiate al bancone : mi spiega che oggi é prevista pioggia, che stasera daranno la semifinale di ritorno della Champions e lui organizza un aperitivo davanti al grande schermo che ha installato in sala.

Gli rispondo che ci saro’ , che portero’ qualche amico. Poi prendo coraggio e glielo chiedo .

In fondo conosco appena il suo nome, non so neppure quanti anni abbia. Eppure conosco perfettamente la ruga sulla fronte che si forma sul suo volto quando il caffè gli è venuto male e gli dispiace (cavolo, è solo un caffè), il sorriso simpatico quando capisce che chi gli sta davanti vuole attaccar bottone con qualcuno e spesso lui è quel qualcuno . Le braccia che si porta ai fianchi quando ha terminato la prima lavastoviglie della giornata.

-Ma come fai ?-

Lui ci pensa.

-Non ci vuole molto. Prendi il braccetto della macchina, lo sbatti, lo liberi dai fondi, ne metti di nuovi, li pressi, poi premi il bottone. Fa tutto lei.- risponde indicando la macchina per il caffè.

-Io dicevo tu, come riesci a stare qua dentro tutto questo tempo?-

Allora il suo sguardo si illumina, e questo non glielo avevo ancora mai visto.

-Questa è la mia scuola. Ogni giorno imparo qualcosa. E’ un allenamento costante il mio, giornaliero. So riconoscere la gioia e la tristezza di qualcuno da come tiene il pollice sul manico della tazzina, l’inquietudine da come muove le labbra quando le appoggia e assapora il caffé. Ci sono quelli che ogni mattina si mettono sullo stesso punto davanti al bancone e se malauguratamente un giorno il posto è occupato da un altro, dio ce ne scampi ! La giornata potrebbe prendere una piega sbagliata ! Per parlare di solito basta il tempo, la partita, il programma nuovo alla televisione. Il tempo di un caffé non é molto; passa veloce. Quello che imparo, lo imparo in silenzio. -

-E quelli come me che invece non si fanno gli affari propri?- gli dico, ridendo.

-Sono quelli he il tempo di un caffè lo prolungano come per magia. E non è da tutti. Sono quelli che mi fanno capire che in questo lavoro nessun attimo va sprecato, che ogni istante è buono per imparare da qualcuno. Sono quelli che quando mi parlano mi guardano negli occhi.-

Gli allungo un euro, lo ringrazio e lo saluto.

Adesso vado anch’io al mio lavoro, al barista non pensero’ più, saro’ sommerso anch’io dai miei soliti impegni e dai miei doveri. Ma domattina, come ogni mattina, saro’ di nuovo li’ e l’aroma del caffè che insegna mi cullerà per tutta la giornata. E l’ordinario all’improvviso diventa straordinario.

Laura AMADIO

Un caffè macchiato caldo

Scrivere mi accompagna da sempre, sin da quando ero bambina, e finalmente si è realizzato quello che è il piccolo sogno di chi ha un romanzo nel cassetto: vedere la propria opera pubblicata.
Tutto è accaduto lo scorso anno, giusto un attimo prima che io e il mio compagno ci trasferissimo qui a Rouen dall’Italia.
Nel luglio dello scorso anno ho partecipato al V Concorso Letterario Nazionale « Pontegobbo – città di Bobbio », indetto nella provincia di Piacenza, ed il mio romanzo « Un caffè macchiato caldo » ha vinto il premio
della Giuria Tecnica, che ha visto come presidente lo scrittore Alberto Bellocchio, ed il primo premio della Giuria Popolare, composta da 50 membri, chiamati a votare dopo una selezione di sei opere finaliste.

« Un caffè macchiato caldo » è il mio primo romanzo e parte proprio da Fossombrone, piccolo borgo del centro Italia, ad essere precisi parte dal fiume Metauro, lungo le cui sponde è ubicata la casa dei protagonisti, e attraverso passaggi spazio/temporali, attraversa le vie medievali del Corso e le sue « logge » fino alle
vie polverose di Calcutta, in un’India maledettamente vera eppure immaginaria, per passare a quelle costellate di guerra di Kampala.

Copre un arco di vent’anni e si snoda sul corso del Fiume, che sembra partire dal Metauro e arrivare
al Gange attraverso le esperienze degli otto protagonisti che nel mio romanzo intrecciano
le proprie vite nei normali rapporti, propri di ogni essere umano:
l’amicizia, la morte, l’amore, il viaggio, vero o immaginario diventa soltanto un punto di vista. Persino un mondiale di calcio può far da parallelo alla vita, a volte.
L’unico porto sicuro, in certi momenti, è il bar di Tommi a cui tutti fanno riferimento. E’ lui che racconta i vari personaggi, è lui che li descrive nel gesto che gli è più consono da anni: guardarli mentre bevono il caffè.

Laura Amadio